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Novità dalla letteratura internazionale
Numero 3 (febbraio 2005)
Ganado P. et al. An in vitro study of different extracts and fractions
of Allium sativum (garlic): vascular reactivity. J Pharmacol Sci.
94(4):434-42, 2004.
Uno studio in vitro ha indagato l’effetto di diverse frazioni
dell’aglio sulla reattività vascolare. Si è
visto che le contrazioni indotte dalla noradrenalina erano ostacolate
da tutte le frazioni esaminate, anche se erano maggiori per quelle
derivate dall’aglio secco rispetto a quelle ottenute dall’aglio
congelato. Si è notato che questa azione vasodilatante si
manteneva anche dopo rimozione dell’endotelio, ma cessava
quasi totalmente inibendo l’ingresso del calcio extracellulare
e la mobilizzazione di quello intracellulare, indicando con ciò
che l’aglio agisce soprattutto con un meccanismo di tipo calcioantagonista.
Durak I. Et al. Effects of garlic extract consumption on
plasma and erythrocyte antioxidant parameters in atherosclerotic
patients. Life Sci. 75(16):1959-66, 2004.
Uno studio clinico controllato ha valutato gli effetti dell’estratto
secco di aglio sui parametri di ossidazione plasmatici ed eritrocitari.
Sono stati arruolati 11 soggetti aterosclerotici, che ricevevano
per os 1 mg/kg di estratto di aglio per 6 mesi, con misurazione
dei livelli di malondialdeide, xantina ossidasi, superossido desmutasi
e glutatione perossidasi negli eritrociti e nel plasma. Si è
visto che l’aglio causava una significativa riduzione dei
livelli di malondialdeide, senza modificazioni evidenti nei livelli
degli enzimi antiossidanti. Questi risultati indicano che l’ingestione
dell’estratto di aglio riduce lo stress ossidativo vascolare
in pazienti aterosclerotici.
Su C.K. et al. Phase II double-blind randomized study comparing
oral aloe vera versus placebo to prevent radiation-related mucositis
in patients with head-and-neck neoplasms. Int J Radiat Oncol Biol
Phys. 60(1):171-7, 2004.
Uno studio clinico controllato ha indagato se il gel di aloe possa
ridurre la mucosite associata alla radioterapia in pazienti con
carcinomi della testa e del collo. Sono stati arruolati 58 pazienti
in terapia radiante affetti da mucosite, cui veniva somministrato
per os il gel di aloe o un placebo per 30 giorni. Al termine della
sperimentazione non vi erano differenze statisticamente significative
per quanto riguarda i sintomi soggettivi e oggettivi dei pazienti.
Anche l’incidenza di infezioni ricorrenti e la qualità
di vita era sovrapponibile in entrambi i gruppi. Lo studio conclude
dicendo che il gel di aloe dato per via orale non ha determinato
miglioramenti significativi in pazienti con mucosite conseguente
a terapia radiante.
Pommier P. Et al. Phase III randomized trial of Calendula
officinalis compared with trolamine for the prevention of acute
dermatitis during irradiation for breast cancer. J Clin Oncol. 22(8):1447-53,
2004.
Uno studio clinico controllato ha paragonato l’effetto antiflogistico
cutaneo di una crema a base di calendula versus quello di un topico
contenente trolamina. Sono state arruolate 254 pazienti, che erano
state operate per carcinoma mammario e che erano state trattate
con radioterapia dopo l’intervento. Esse dovevano applicare
sulla cute interessata una o l’altra delle due creme in esame
subito dopo la fine di ogni sessione di radioterapia. Si è
visto che l’insorgenza di dermatite acuta di grado 2 o superiore
era del 41% nel gruppo calendula e del 63% in quello trolamina,
con un’evidente riduzione anche del dolore connesso alla flogosi
cutanea. La crema alla calendula era più difficile da applicare,
ma è stata giudicata superiore a quella alla trolamina nel
lenire la flogosi da radiazioni.
Bundy R. et al. Artichoke leaf extract reduces symptoms
of irritable bowel syndrome and improves quality of life in otherwise
healthy volunteers suffering from concomitant dyspepsia: a subset
analysis. J Altern Complement Med. 10(4):667-9, 2004.
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto dell’estratto
secco di carciofo in pazienti affetti da dispepsia e da sindrome
del colon irritabile. Si valutavano l’intensità della
sintomatologia colitica tramite la misurazione dell’intensità
dei sintomi, mentre tramite il Nepean Dyspepsia index si valutavano
gli effetti sulla dispepsia pre terapia e al termine di essa (2
mesi). Si notava un significativo calo dell’incidenza dei
disturbi del colon del 26,4% (p<0,001) nei pazienti del gruppo
verum, che mostravano anche un decremento del punteggio del Nepean
Dyspepsia index del 41% (p<0,001). Si notava anche un miglioramento
del 20% nel punteggio che misurava la qualità di vita dei
pazienti. Lo studio dimostra che l’estratto di carciofo è
capace di migliorare i sintomi della sindrome del colon irritabile
e la dispepsia spesso ad essi associata.
Habs M. Prospective, Comparative Cohort Studies and Their
Contribution to the Benefit Assessments of Therapeutic Options:
Heart Failure Treatment with and without Hawthorn Special Extract
WS 1442. Forsch Komplementarmed Klass Naturheilkd. 11 Suppl 1:36-9,
2004.
Uno studio clinico di coorte chiamato WISO ha analizzato l’efficacia
e la tollerabilità dell’estratto secco di biancospino
WS 1442 in pazienti con scompenso cardiaco classe NYHA2 comparata
a quella del trattamento farmacologico tradizionale. Sono stati
arruolati 952 pazienti con scompenso cardiaco NYHA2, 588 dei quali
ricevevano per os 900 mg/die di WS 1442 e 364 la terapia tradizionale
per 2 anni. Al termine della sperimentazione i pazienti del gruppo
biancospino mostravano un miglioramento dei sintomi soggettivi migliore
di quelli trattati con la terapia convenzionale per quanto riguarda
l’affaticamento (p<0,036), la dispnea da sforzo (p<0,020)
e le palpitazioni (p<0,048). I pazienti del gruppo biancospino
ricevevano meno farmaci rispetto a quelli del gruppo tradizionale,
in particolare per quanto riguarda gli ACE inibitori (36 pazienti
versus 54 pazienti p<0,004), i glicosidi cardioattivi (18 pazienti
versus 37 pazienti p<0,001), i diuretici (49 pazienti versus
41 pazienti p<0,061) e i beta bloccanti (22 pazienti versus 33
p<0,052). Lo studio dimostra che in pazienti con scompenso cardiaco
tipo NYHA2 l’estratto di biancospino è leggermente
superiore alla terapia tradizionale.
Mishima S. Et al. Antioxidant and immuno-enhancing effects
of Echinacea purpurea. Biol Pharm Bull. 27(7):1004-9, 2004.
Uno studio in vitro ha esaminato l’effetto dell’echinacea
purpurea sulle radiazioni tramite la conta delle cellule ematiche
e l’attività antiossidante plasmatica. Si è
visto che l’estratto secco di echinacea contrastava la leucopenia
indotta dalle radiazioni, specialmente nei confronti dei linfociti
e dei monociti. L’attività antiossidante plasmatica
periferica era aumentata dall’echinacea, il che potrebbe suggerire
l’esistenza di un legame tra l’azione antiossidante
e quella sulle cellule bianche. Si misuravano anche i livelli di
IgG e di IgM e le popolazioni di linfociti T nel sangue periferico
dei ratti irradiati. Si è notato che l’echinacea attivava
i macrofagi a stimolare la produzione di interferone gamma in associazione
con l’attivazione secondaria dei linfociti T, il che causava
un decremento nella produzione di IgG e di IgM. Le citochine rilasciate
dai macrofagi attivavano le cellule T helper a proliferare. Inoltre
i macrofagi attivati in associazione con i linfociti T attivati
aumentavano la produzione di interferone gamma e stimolavano quindi
la proliferazione delle cellule T citotossiche e delle cellule T
suppressor. In particolare questo effetto pareva migliore per le
subpopolazioni CD4 e CD8 rispetto alle cellule T helper e T suppressor.
Questi dati confermano che l’estratto di echinacea purpurea
ha un’evidente azione stimolante sul sistema immunitario.
Trick L. et al. The effects of Ginkgo biloba extract (LI
1370) supplementation and discontinuation on activities of daily
living and mood in free living older volunteers. Phytother Res.
18(7):531-7, 2004.
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto dell’EGB761alla
dose di 120 mg/die sulla vita quotidiana e sul comportamento in
volontari sani di età superiore a 60 anni. Sono stati arruolati
1570 soggetti, che ricevevano per os 120 mg/die di EGB761 o un placebo
per 4 mesi, che dovevano compilare un apposito questionario riguardante
le abitudini di vita quotidiane, il comportamento e il sonno. I
partecipanti erano divisi in 4 gruppi: 1)pazienti con EGB 761 sia
nei 4 mesi dello studio sia nei successivi 6 mesi di follow up,
2)pazienti che ricevevano l’EGB761 solo nei 4 mesi dello studio
ma non nel follow up, 3)pazienti che ricevevano l’EGB761 solo
nei 6 mesi di follow up e 4)pazienti trattati solo col placebo.
La valutazione era fatta tramite la line analogue rating scale (LARS)
e la self-rating activities of daily living scale (SR-ADL). Al termine
dello studio si è visto che i pazienti del gruppo 1 erano
quelli con i maggiori benefici, ed erano seguiti da quelli del gruppo
2, che mostravano un peggioramento dei punteggi delle scale suddette
alla cessazione del trattamento. Lo studio dimostra che l’EGB761
ha un’azione favorevole sul comportamento e sulle dinamiche
della vita quotidiana in pazienti ultrasessantenni apparentemente
sani.
Petri-Nahas E. et al. Benefits of soy germ isoflavones
in postmenopausal women with contraindication for conventional hormone
replacement therapy. Maturitas. 48(4):372-80, 2004.
Uno studio clinico controllato ha indagato gli effetti degli isoflavoni
di soia sui disturbi neurovegetativi della menopausa e sui lipidi
plasmatici in donne con controindicazioni all’assunzione degli
ormoni femminili. Sono state arruolate 50 donne in menopausa, non
vegetariane, di razza europea, con livelli di FSH >40, con disturbi
neurovegetativi della menopausa evidenti, non in terapia con tamoxifene
o antibiotici, senza malattie del tubo gastroenterico e con controindicazioni
all’uso degli estrogeni. Esse dovevano assumere per os 60
mg/die di isoflavoni o un placebo per 6 mesi. La valutazione era
fatta tramite l’indice di Kupperman per la menopausa (KMI),
l’esame citologico del secreto vaginale e i livelli ormonali
e lipidici nel plasma. Al termine dello studio si è visto
che nelle pazienti del gruppo isoflavoni vi era un decremento delle
vampate di calore del 44% versus il 10% in quelle del gruppo placebo
(p<0,05). I livelli di estradiolo aumentavano moderatamente nelle
donne del gruppo isoflavoni, mentre i livelli di FSH, di LH e la
citologia vaginale non differivano tra i due gruppi. Nelle donne
del gruppo isoflavoni si osservava anche una riduzione dell’11,8%
del colesterolo LDL e un aumento del 27,3% di quello HDL. Lo studio
indica che gli isoflavoni possono costituire un’utile terapia
per combattere i disturbi neurovegetativi della menopausa in donne
che non possono assumere estroprogestinici.
Krebs E.E. et al. Phytoestrogens for treatment of menopausal
symptoms: a systematic review. Obstet Gynecol. 104(4):824-36, 2004.
Una recente metanalisi (Ottobre 2004) ha esaminato gli effetti degli
isoflavoni sui disturbi neurovegetativi della menopausa. Sono stati
selezionati gli studi clinici controllati fatti paragonando gli
isoflavoni al placebo, di durata non inferiore a 30 giorni. Sono
stati selezionati 25 studi, che hanno coinvolto in totale 2348 pazienti.
Alla partenza delle sperimentazioni l’età media delle
donne era di 53,1 anni, la durata della menopausa di 4,3 anni e
il numero di vampate di calore di 7,1 al giorno. La durata media
di questi studi era di 17 settimane. Di tutti questi studi 11 erano
fatti con cibi o bevande o polveri a base di soia, 9 con estratti
di soia titolati in isoflavoni e 5 con estratti di trifoglio rosso
titolati in isoflavoni. Degli 8 studi fatti usando cibi ricchi di
soia che riportavano la frequenza delle vampate di calore, 7 non
erano superiori al placebo. Dei 5 studi fatti con gli estratti di
soia che riportavano la frequenza delle vampate di calore, 3 non
erano superiori al placebo. Tutti gli studi fatti con gli estratti
di trifoglio rosso non fornivano risultati superiori al placebo.
In tutti questi studi gli effetti collaterali erano molto scarsi,
e consistevano essenzialmente in moderati disturbi gastrointestinali.
Sartippour M.R. et al. A pilot clinical study of short-term
isoflavone supplements in breast cancer patients. Nutr Cancer. 49(1):59-65,
2004.
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto degli
isoflavoni sulla crescita delle cellule carcinomatose mammarie.
Sono state arruolate 17 pazienti, le quali subivano una biopsia
mammaria per accertare la diagnosi di carcinoma mammario, dopo la
quale assumevano dovevano assumere 80 mg/die di isoflavoni per 2
settimane. La biopsia veniva ripetuta al termine del trattamento.
Si facevano anche prelievi di sangue pre e post terapia. 26 donne
con la stessa diagnosi servivano come gruppo di controllo. Si è
visto che al termine del trattamento le donne trattate con gli isoflavoni
avevano un lieve calo della proliferazione cellulare, come dimostrato
dall’indice apoptosi/mitosi, anche se questo non era statisticamente
significativo. Non vi erano differenze significative tra i due gruppi
per quanto riguarda gli esami ematochimici effettuati. Lo studio
conclude indicando che sarebbero necessari studi di maggiori dimensioni
per accertare il potenziale effetto protettivo degli isoflavoni
sulla crescita delle neoplasie mammarie.
Zhuo X.G. et al. Soy isoflavone intake lowers serum LDL
cholesterol: a meta-analysis of 8 randomized controlled trials in
humans. J Nutr. 134(9):2395-400, 2004.
Una recente metanalisi (Ottobre 2004) ha selezionato i lavori clinici
controllati riguardanti l’effetto ipocolesterolemizzante degli
isoflavoni di soia, valutato indipendentemente da quello delle proteine
di soia. Sono stati isolati 8 studi clinici, nei quali i partecipanti
consumavano una dieta ipolipidica standardizzata e nei quali non
si registravano alterazioni nel peso corporeo dei pazienti al termine
della sperimentazione. Si è visto che i livelli di colesterolo
LDL nei soggetti che ingerivano 96 mg/die di isoflavoni + le proteine
della soia si riducevano in modo significativo (95% CI: 0,08 a 0,23
mmol/L; p<0,0001) rispetto a quelli che ingerivano solo le proteine
della soia nella stessa quantità. Questo studio dimostra
che l’effetto ipocolesterolemizzante sul colesterolo LDL è
significativamente maggiore per le proteine di soia con buoni quantitativi
(96 mg/die) di isoflavoni rispetto alle proteine di soia senza isoflavoni.
Ryowon C. et al. The long term effects of soy-based formula
on isoflavone concentration of plasma and urine, and growth and
recognition development at 10 and 20 months old infants. Asia Pac
J Clin Nutr. 13(Suppl):S123, 2004.
Uno studio clinico ha indagato la concentrazione plasmatica ed
urinaria degli isoflavoni in bambini di età compresa tra
10 e 20 mesi esposti a cibi ricchi di soia. Sono stati arruolati
33 bambini, che assumevano per os il latte materno (n=7), il latte
materno per 4 mesi e poi il latte di soia (n=6), solo il latte di
soia (n=9) e solo il latte di mucca (n=8). Si misuravano lo sviluppo
corporeo, la motilità, il linguaggio e le funzioni cognitive
pre e post terapia. Tutte le misurazioni effettuate davano risultati
pressochè sovrapponibili nei bambini di tutti i gruppi. Le
concentrazioni plasmatiche di daidzeina e di genisteina nei due
gruppi che assumevano il latte di soia erano nettamente più
elevate rispetto ai bambini degli altri gruppi, e così pure
le concentrazioni urinarie. I dati di questo studio indicano che
l’uso cronico di latte di soia ricco in isoflavoni non danneggia
i bambini che lo assumono.
Gagnier J.J. et al. Harpgophytum procumbens for osteoarthritis
and low back pain: a systematic review. BMC Complement Altern Med.
4(1):13, 2004.
Una metanalisi clinica (Settembre 2004) ha valutato l’efficacia
e la tollerabilità dell’harpagophytum nel paziente
artroreumatico. Sono stati considerati solo i lavori clinici randomizzati
in doppio cieco, selezionandone 12. Di questi 6 riguardavano pazienti
con osteoartrite, 4 pazienti con lombalgia recidivante e 3 pazienti
con dolori osteoarticolari migranti. La letteratura indica che la
minima dose giornaliera efficace di arpagoside è di 30 mg,
con effetti ottimali intorno ai 60 mg/die di questa sostanza per
pazienti con dolori cronici, mentre la dose minima efficace nel
dolore acuto è di 100 mg/die di arpagoside. La letteratura
indica anche che 60 mg/die di arpagoside sono sostanzialmente analoghi
a 12,5 mg/die di rofecoxib nella lombalgia cronica recidivante.
La tollerabilità di queste dosi di estratto è stata
discreta, con un’incidenza di effetti avversi di tipo gastrointestinale
di circa l’8% dei soggetti trattati.
Muller T. et al. Treatment of somatoform disorders with
St. John's wort: a randomized, double-blind and placebo-controlled
trial. Psychosom Med. 66(4):538-47, 2004.
Uno studio clinico controllato ha arruolato 184 pazienti con disturbi
di somatizzazione, disturbi di somatoforma indifferenziata e disturbi
di disfunzione somatoformica autonoma ma senza depressione maggiore.
Essi ricevevano per os 600 mg/die di estratto secco di iperico titolato
in ipericina allo 0,3% o un placebo per 6 settimane. La valutazione
era fatta ricorrendo alle seguenti scale valutative: Somatoform
Disorders Screening Instrument--7 days (SOMS-7), somatic subscore
of the HAMA, somatic subscore of the SCL-90-R, subscores "improvement"
and "efficacy" of the CGI, e la valutazione globale di
efficacia da parte del paziente. Al termine dello studio si è
notato che i pazienti del gruppo iperico mostravano un miglioramento
statisticamente significativo (p<0,001) in tutte le scale suddette,
con un 45,4% di pazienti che rispondevano bene al trattamento contro
un 20,9% del gruppo placebo. Non sono stati registrati effetti collaterali
rilevanti in nessuno dei due gruppi esaminati. Lo studio dimostra
che 600 mg/die di estratto di iperico sono efficaci e ben tollerati
in pazienti con disturbi di somatizzazione.
Kennedy D.O. et al. Attenuation of laboratory-induced stress
in humans after acute administration of Melissa officinalis (Lemon
Balm). Psychosom Med. 66(4):607-13, 2004.
Uno studio clinico controllato ha arruolato 18 volontari sani,
cui veniva indotto stress. Essi assumevano per os 300 o 600 mg/die
di estratto secco di melissa titolato in acido rosmarinico al 2%
o un placebo per 7 giorni, seguiti da 7 giorni di intervallo e da
ulteriori 7 giorni di trattamento. Il comportamento dei soggetti
era indagato pre terapia e 1 ora dopo la fine del trattamento tramite
la Defined Intensity Stressor Simulation (DISS) battery. Si indagava
con test opportuni anche la performance cognitiva. Si è visto
che alla dose di 600 mg/die l’estratto di melissa migliorava
in modo significativo gli effetti del comportamento negativo al
DISS, con un evidente aumento dei risultati concernenti la calma
e lo stato di agitazione. Inoltre vi era un significativo incremento
nella velocità di processamento di informazioni matematiche,
senza riduzioni nell’accuratezza, anche con la dose di 300
mg/die. Questi risultati indicano che l’estratto di melissa
può combattere lo stress senza alterare i livelli di vigilanza.
Harttz A.J. et al. Randomized controlled trial of Siberian
ginseng for chronic fatigue. Psychol Med. 34(1):51-61, 2004.
Uno studio clinico controllato ha arruolato 96 pazienti affetti
dalla sindrome da affaticamento cronico, con diagnosi della stessa
fatta da almeno 6 mesi e senza cause organiche in grado di determinarla.
Essi ricevevano per os un estratto secco di ginseng all’8%
in ginsenosidi o un placebo per 2 mesi, con determinazione dell’intensità
della sintomatologia pre e post terapia. Al termine della sperimentazione
si è visto che i pazienti del gruppo ginseng avevano un miglioramento
della loro sintomatologia significativamente superiore a quello
osservato nei soggetti del gruppo placebo (p<0,05). In particolare
45 soggetti mostravano un miglioramento evidente e 41 un progresso
ai limiti della significatività. Lo studio conclude dicendo
che l’estratto secco di ginseng può aiutare i pazienti
con sindrome da affaticamento cronico a migliorare la loro sintomatologia.
Pechanova O. et al. Red wine polyphenols prevent cardiovascular
alterations in L-NAME-induced hypertension. J Hypertens. 22(8):1551-9,
2004.
Uno studio nel ratto ha indagato gli effetti degli OPC sull’ipertensione
arteriosa, sull’ipertrofia ventricolare sinistra, sulla fibrosi
miocardica e sul rimodellamento vascolare in ratti durante l’inibizione
cronica dell’attività della NO sintetasi tramite N-nitro-L-arginina-metilestere.
Si è visto che gli OPC riducevano l’aumento della pressione
arteriosa e della sintesi proteica nel cuore e nell’aorta
causata dall’inibizione dell’attività dell’NO
sintetasi. Essi riducevano anche la fibrosi miocardica ma non modificavano
l’ipertrofia del ventricolo sinistro. Inoltre essi prevenivano
l’ispessimento della parete dell’aorta e l’aumentata
risposta di questo vaso alla noradrenalina e normalizzavano il rilassamento
endotelio dipendente indotto dall’acetilcolina. Queste alterazioni
erano associate con un aumento dell’attività della
NOS, un moderato aumento dell’espressione della NOS endoteliale
e una riduzione dello stress ossidativo a livello aortico.
Renaud S.C. et al. Moderate wine drinkers have lower hypertension-related
mortality: a prospective cohort study in French men. Am J Clin Nutr.
80(3):621-5, 2004.
Uno studio clinico di coorte ha indagato l’ipotesi che un
regolare consumo di vino riduca l’ipertensione arteriosa e
il rischio di morte ad essa correlato. Sono stati esaminati 36583
soggetti di mezza età di sesso maschile, con ECG a riposo
nei limiti di norma e senza evidenti fattori di rischio cardiovascolare.
Essi erano seguiti per 13 anni per valutare la mortalità
di qualsiasi causa del gruppo. In un modello di Cox aggiustato per
6 variabili confondenti si è visto che i moderati bevitori
di vino (ingestione di alcool non superiore a 60 g/die) con pressione
arteriosa sistolica di 158 o di 139 o di 116 mm/Hg avevano un rischio
di mortalità ridotto del 23%, del 27% e del 37% rispettivamente
rispetto ai soggetti astemi. Anche per una pressione sistolica superiore
ai 160 mm/Hg il moderato consumo di alcool riduceva in modo significativo
la mortalità (-16%). I bevitori di birra avevano una riduzione
della mortalità totale al limite della significatività
statistica. Lo studio dimostra che un moderato consumo di vino rosso
riduce la mortalità totale in pazienti con ipertensione lieve
o moderata.
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