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Schede piante >> PANAX GINSENG (Ginseng)

Data ultima revisione 08-06-2009

FAMIGLIA: Araliaceae.

HABITAT: è originario dell’Estremo Oriente, in particolare della Corea e della Cina, ma viene coltivato estesamente negli Stati Uniti, nel Sud-Est asiatico e in Giappone.

PARTE USATA: la radice.

PREPARAZIONI FARMACEUTICHE CONSIGLIATE: estratto secco nebulizzato e titolato in ginsenosidi totali calcolati come ginsenoside Rg1 min.1,5% (Farmacopea Italiana X), la cui posologia giornaliera va da 2 a 3 mg/kg, da non somministrare in genere per più di 30-45 giorni consecutivi. Non somministrare dopo le ore 16-17. Va suddiviso in due somministrazioni, una fra le ore 7 e le ore 8 e l’altra fra le ore 15 e le ore 16.

COMPOSIZIONE CHIMICA: è considerata una droga ricca di saponosidi, e infatti ne contiene circa 20. Le differenze tra i vari saponosidi detti ginsenosidi ( Ra 1-2, Rb 1-3, Rc-f, Rg-1-2, Rh-1) risiedono nella natura mono, bi o trisaccaridica delle due catene osidiche. Esiste anche il ginsenoside Ro, che possiede come aglicone l’acido oleanolico. Il tenore in saponosidi della radice di Ginseng coreano va dall’1 al 3 %, e i più abbondanti sono i ginsenosidi Rb 1, Rb 2 e Rg 1. Sono anche stati descritti dei glicani, detti panaxani e una sostanza chiamata panaxinolo. Altri costituenti sono rappresentati da olio essenziale, un sesquiterpene detto beta-elemene, poliacetileni, acido salicilico, acido vanillinico, polisaccaridi e aminoacidi ubiquitari, acidi grassi, steroli e glucosio. Nelle foglie del Ginseng è presente un polisaccaride ad azione antiulcerosa. Il Ginseng contiene, nelle radici, sostanze simili al vasoactive intestinal polypeptide (VIP) e inoltre polipeptidi quali peptide H1, galanina, neuropeptide Y e peptide glucagonosimile. Di tutti questi peptidi quello galaninosimile è il più abbondante.

PROPRIETÀ TERAPEUTICHE

Azione adattogena: è una droga cosiddetta adattogena, cioè in grado di portare l'organismo in uno stato di migliore resistenza aspecifica, tale da contrastare meglio i fattori di stress e quindi di potersi meglio adattare a condizioni di carico straordinario.
Il ginseng è capace di aumentare la sintesi proteica e la produzione di RNA nelle cellule, come pure di incrementare i processi mitotici nelle cellule del midollo osseo. Ciò è dovuto ad un'incrementata sintesi di GMP ciclico indotta dai ginsenosidi, ed è noto che questa sostanza aumenta coll'aumentare dell'attività mitotica e biosintetica cellulare. Quest'azione è confermata dall'osservazione che il Ginseng stimola la sintesi del collageno e previene il calo della sintesi proteica tipico del soggetto anziano.

Azione sul sistema nervoso centrale: l'azione meglio conosciuta di questa pianta è sicuramente quella sul sistema nervoso centrale, dove si è notato un netto incremento dell'attività elettrica delle cellule della corteccia cerebrale.
Interessante è l'effetto di potenziamento dei ginsenosidi, in particolare dell'Rb 1, sull'azione dell'NGF (Nerve growth factor), il che porta ad un aumento della vita media dei neuroni corticali. Soggetti trattati con Ginseng hanno dimostrato miglioramenti della memoria, della capacità di apprendimento, dell'attenzione e anche del tono dell'umore che erano statisticamente significativi rispetto ad un gruppo di controllo trattato con placebo. Probabilmente tale azione è dovuta ad un'azione di stimolo sul sistema colinergico.
Questa droga può avere azione antidepressiva su ratti che subivano stress tali da indurre reazioni di tipo depressogeno, che venivano fortemente inibite dal pretrattamento con estratto secco di Ginseng.
Il ginseng è anche capace di inibire la farmacodipendenza indotta dalla morfina, senza antagonizzarne l'effetto analgesico.
Questa droga è anche in grado di ridurre i livelli di GABA, forse per interferenza diretta coi neuroni gabaergici e di ridurre sia la sintesi sia il metabolismo delle catecolamine e della serotonina, se il periodo di somministrazione della droga eccede le due settimane. Per periodi più brevi invece causa aumento di questi neurotrasmettitori, e questo effetto sarebbe dovuto soprattutto al protopanaxatriolo, mentre quello precedentemente descritto sarebbe legato al protopanaxadiolo.
L'estratto secco di ginseng per os riduce in modo significativo il calo dei livelli di dopamina, acido 3,4-diidrossifenilacetico e acido omovanillico indotti dalla metamfetamina sui nuclei cerebrali. Ciò suggerisce che questa droga possa, almeno in parte, prevenire la deplezione dopaminergica sul nucleo striato indotta dalla metamfetamina.
Inoltre è capace di ridurre l'uptake nei sinaptosomi di ratto di GABA, acido glutammico, dopamina, noradrenalina e serotonina, mentre non modifica in modo apprezzabile l'uptake del glucosio e della leucina da parte di queste strutture. Pare che l'azione sul GABA sia la più importante fra tutte quelle esercitate da questa droga sul sistema nervoso centrale.
I ginsenosidi possono modulare l'attività dopaminergica a livello dei recettori per la dopamina sia presinaptici sia post-sinaptici, e questo potrebbe essere in parte dovuto all'inibizione da essi esercitata sull'enzima tirosina-idrossilasi, che catalizza la conversione della L-tirosina a dopamina.
Studi fatti su animali da esperimento suggeriscono che il Ginseng stimoli il sistema colinergico intracerebrale soprattutto nei nuclei della base e nell'ippocampo, senza apparenti modifiche ai neuropeptidi.
Uno studio nel ratto ha verificato l’effetto del ginseng sulle lesioni e sull’invecchiamento dell’ippocampo a confronto col placebo. Gli animali erano divisi in ratti giovani con lesioni selettive all’ippocampo trattati col ginseng, ratti anziani con le stesse lesioni trattati col ginseng, ratti con le stesse lesioni ma senza ginseng e infine ratti senza lesioni. La valutazione era fatta ricorrendo ai seguenti tests: distance movement task (DMT), random-reward place search test (RRPST) e place-learning test (PST). Si è visto, al termine della sperimentazione, che i risultati dei test DMT e RRPST non erano diversi nei quattro gruppi di animali, mentre il risultato del PST test era alterato nei ratti con lesioni ippocampali. Tali alterazioni erano però molto più attenuate in entrambi i gruppi di animali che ricevevano il ginseng rispetto a quelli trattati col placebo. Questi risultati indicano che l’effetto favorevole del ginseng sulla memoria sia dovuto, almeno in parte, ad un’azione a livello ippocampale.
Nel ratto si è visto che l'ischemia cerebrale transitoria induce calo della memoria e delle facoltà cognitive, che viene antagonizzato dal Ginseng estratto secco alla dose di 10 mg./kg./die. Questa droga non ha effetto sull'utilizzazione cerebrale del glucosio nel ratto sano, ma in caso di grave ischemia cerebrale da clamp dell'arteria cerebrale mediana esso determina, alla dose di 200 mg./kg./die per os, netto incremento dell'utilizzazione dello zucchero da parte delle cellule cerebrali.
Il Ginseng non influenza l'induzione del sonno da parte del pentobarbitone e l'attività motoria spontanea nel ratto, ma esacerba l'aumento della motilità indotto dall'amfetamina, pur riducendo gli altri effetti di questa sostanza quali stereotipicità ed aggressività.
Il Ginseng non ha azioni anticonvulsivanti e non potenzia l'azione anticonvulsivante del fenobarbital e del diazepam, ed è anche dotato di azione ipertermica, riducendo l'effetto ipotermizzante della reserpina e del 5-idrossitriptofano.
Si ipotizza che una delle cause dell’epilessia sia una disfunzione dei recettori per il N-metil-D-aspartato (NMDA), la cui attivazione porta ad un aumento dei livelli intracellulari di calcio. Siccome il ginseng e in particolare il ginsenoside Rg3 può ridurre l’aumento intracellulare del Ca2+ in neuroni ippocampali di ratto, si è voluto qui verificare se questo ginsenoside fosse efficace in un modello di epilessia animale. Si è visto che il ginsenoside Rg3 e la frazione saponinica totale del ginseng inibivano l’aumento del calcio intracellulare indotto dal Mg2+ nei neuroni ippocampali. Questi dati indicano che le saponine del ginseng e in particolare il ginsenoside Rg3 ostacolano l’aumento intracellulare del Ca2+ e i conseguenti danni cellulari attraverso l’inibizione del recettore per il NMDA (52).
Le cellule progenitrici neuronali esistono non solo nel cervello in sviluppo ma anche in certe aree del cervello adulto. Lo stimolo sulla neurogenesi potrebbe essere molto utile per combattere le malattie neurodegenerative dell’anziano. Pertanto questo studio ha indagato l’effetto del ginsenoside Rg1 sulla proliferazione di cellule progenitrici neuronali ippocampali di ratto sia in vitro sia in vivo. Si è visto che l’incubazione di queste cellule con questo ginsenoside ne favoriva la proliferazione e l’incorporazione della timidina marcata. Questi dati indicano che il ginsenoside Rg1 è coinvolto nella proliferazione delle cellule progenitrici neuronali ippocampali (53).
Uno studio in vitro ha esaminato l’effetto di un estratto secco di ginseng sull’accumulo di proteine beta amiloide in un modello cellulare. Si è visto che il ginseng riduceva l’accumulo intracellulare di beta amiloide, e tale azione era dovuta soprattutto al ginsenoside Rg3, che aveva una IC50 di 25 microM. Anche i ginsenosidi Rg1 e Re erano piuttosto attivi in tal senso. Lo studio indica che il ginseng può ridurre l’accumulo di proteina beta amiloide nelle cellule neuronali (61).
Il panaxinolo è stato studiato per quanto riguarda il suo effetto su cellule PC12 di ratto coltivate in vitro. Si è visto che esso favoriva la crescita dei neuriti, riduceva la divisione cellulare e stimolava l’espressione di molecular marker MAP1B in queste cellule, con aumento dei loro livelli intracellulari di cAMP. La crescita dei neuriti indotta dal panaxinolo era inibita da un inibitore specifico della protein chinasi A e della MAP chinasi ½. Lo studio indica che il panaxinolo stimola la crescita dei neuriti delle cellule PC12 con un effetto simile a quello dell’NGF ma diverso da esso, che avviene con un meccanismo cAMP e MAP chinasi dipendente (62).
Uno studio in vitro ha esaminato l’effetto del ginsenoside Rg3 sulla tossicità neuronale ippocampale indotta dall’omocisteina sia in vitro sia in vivo. In vitro il ginsenoside Rg3 inibiva in modo dose dipendente la morte dei neuroni ippocampali provocata dall’omocisteina, con una IC50 di 28,7 muM, ostacolando i danni al DNA e l’attivazione della caspasi 3. In vivo l’iniezione intracerebroventricolare del ginsenoside Rg3 riduceva in modo dose dipendente in danno ippocampale, con un’evidente inibizione dose dipendente dell’influsso del Ca2(+) nelle cellule ippocampali, con una IC50 di 41,5 muM. Lo studio indica che la neuroprotezione ippocampale assicurata dal ginsenoside Rg3 in vitro e nel ratto può dipendere da un’azione di tipo calcioantagonista (64).
Uno studio nel ratto ha valutato l’effetto del ginsenoside Rg2 sui danni alla performance cerebrale conseguenti all’ischemia riperfusione. Gli animali subivano ischemia cerebrale seguita da riperfusione e 24 e 48 ore dopo di essa venivano valutati per studiare i suoi effetti sul tessuto cerebrale, paragonando l’effetto del ginsenoside Rg2 (alle dosi di 2,5 o 5 o 10 mg/kg) a quello della nimodipina (alla dose di 50 mug/kg). Come previsto il danno ischemico cerebrale causava uno scadimento della performance mentale degli animali, che era validamente ostacolato sia dal ginsenoside Rg2 sia dalla nimodipina. Queste sostanze aumentavano l’espressione della proteina antipoptotica Bcl2 e di quella HSP70 e riducevano i livelli della proteina proapoptotica BAX e della p53. Lo studio indica che il ginsenoside Rg2 protegge le cellule neuronali dai danni indotti ad esse dalla sindrome da ischemia-riperfusione grazie soprattutto alla sua capacità di combattere i fenomeni di apoptosi cellulare (66).
Uno studio nel cane ha valutato l’azione stimolante di una combinazione di ginseng e di lievito di birra somministrata per 8 settimane. Gli sperimentatori dovevano valutare settimana per settimana il comportamento degli animali e le loro condizioni di benessere generale. Si è visto che il prodotto in questione stimolava la vitalità degli animali sia dal punto di vista mentale sia da quello fisico, senza causare effetti avversi degni di nota (67).
Uno studio nel ratto ha valutato l’effetto del ginsenoside Rg2 sui danni alla performance cerebrale conseguenti all’ischemia riperfusione. Gli animali subivano ischemia cerebrale seguita da riperfusione e 24 e 48 ore dopo di essa venivano valutati per studiare i suoi effetti sul tessuto cerebrale, paragonando l’effetto del ginsenoside Rg2 (alle dosi di 2,5 o 5 o 10 mg/kg) a quello della nimodipina (alla dose di 50 mug/kg). Come previsto il danno ischemico cerebrale causava uno scadimento della performance mentale degli animali, che era validamente ostacolato sia dal ginsenoside Rg2 sia dalla nimodipina. Queste sostanze aumentavano l’espressione della proteina antipoptotica Bcl2 e di quella HSP70 e riducevano i livelli della proteina proapoptotica BAX e della p53. Lo studio indica che il ginsenoside Rg2 protegge le cellule neuronali dai danni indotti ad esse dalla sindrome da ischemia-riperfusione grazie soprattutto alla sua capacità di combattere i fenomeni di apoptosi cellulare (68).
Uno studio nel ratto ha valutato l’effetto del ginsenoside Rg2 sui danni alla performance cerebrale conseguenti all’ischemia riperfusione. Gli animali subivano ischemia cerebrale seguita da riperfusione e 24 e 48 ore dopo di essa venivano valutati per studiare i suoi effetti sul tessuto cerebrale, paragonando l’effetto del ginsenoside Rg2 (alle dosi di 2,5 o 5 o 10 mg/kg) a quello della nimodipina (alla dose di 50 mug/kg). Come previsto il danno ischemico cerebrale causava uno scadimento della performance mentale degli animali, che era validamente ostacolato sia dal ginsenoside Rg2 sia dalla nimodipina. Queste sostanze aumentavano l’espressione della proteina antipoptotica Bcl2 e di quella HSP70 e riducevano i livelli della proteina proapoptotica BAX e della p53. Lo studio indica che il ginsenoside Rg2 protegge le cellule neuronali dai danni indotti ad esse dalla sindrome da ischemia-riperfusione grazie soprattutto alla sua capacità di combattere i fenomeni di apoptosi cellulare (69).
Pare assodato che la neprilisina sia l’enzima limitante nella degradazione della proteina beta amiloide nel cervello. Questo studio ha valutato l’effetto del ginsenoside Rg3 sul metabolismo della abeta 40 e della abeta 42  in cellule SK-N-SH transfette con la proteina svedese mutante precursore della beta amiloide (SweAPP). Si è notato che il ginsenoside Rg3 riduceva significativamente i livelli di abeta 40 e di abeta 42 (p<0,01) attraverso un’aumentata espressione della neprilisina alla concentrazione di 50 microM. Lo studio indica che il ginsenoside Rg3 potrebbe essere utile nel trattamento del morbo di Alzheimer (71).
Uno studio nel ratto ha valutato l’azione neuro protettiva contro l’ischemia cerebrale transitoria di un estratto idroalcoolico di ginseng. Si è visto che esso proteggeva validamente i neuroni contro i danni ad essi causati da 10 minuti di grave ischemia alla dose di 200 mg/kg per via intraperitoneale. Infatti l’estratto riduceva il tasso di mortalità cellulare, i livelli di malondialdeide e aumentava l’espressione della glutatione perossidasi e della superossidodesmutasi. Lo studio indica che un estratto idroalcolico di ginseng protegge le cellule cerebrali dai danni indotti dall’ischemia (72).

Azione sul sistema nervoso centrale. Studi clinici.
Uno studio clinico fatto su un gruppo di 112 volontari sani con età media di 40 anni ha valutato la capacità del Ginseng di influenzare le capacità cognitive e i tempi di reazione agli stimoli. Si è visto che i tempi di reazione erano significativamente abbreviati rispetto a quelli dei soggetti trattati col placebo, ma la memoria, la concentrazione e l'esperienza soggettiva non differivano tra i due gruppi (10B).
Uno studio clinico controllato ha valutato l’effetto della combinazione ginseng-ginkgo biloba sulla performance mentale. Sono stati arruolati 256 soggetti apparentemente sani, che ricevevano per os una o due capsule contenenti ciascuna 100 mg. di estratto secco di ginseng titolato in ginsenosidi all’8% e 60 mg. di EGB 761 per un periodo di 14 settimane. La valutazione era fatta ricorrendo all’Index of Memory quality. Al termine della sperimentazione vi era un miglioramento dell’indice suddetto del 7,5%, che persisteva per 2 settimane dopo il termine del trattamento (21B).
Uno studio clinico controllato ha arruolato 20 volontari sani, che ricevevano per os 200 o 400 o 600 mg. di estratto secco titolato di ginseng tipo G115 o un placebo, con 7 giorni di wash out tra un dosaggio e l’altro, per valutare l’effetto di questa droga sulle performance cognitive. La valutazione era fatta ricorrendo ai comuni test per indagare la Quality of memory e la Secondary memory, effettuati pre terapia e poi ogni giorno della stessa per 7 giorni. Si è notato, al termine del trattamento, un significativo incremento della Quality of memory e della Secondary memory a partire dalla dose di 400 mg/die. Le dosi di 200 e 600 mg. erano associate ad un netto calo della Speed of attention e della capacità di allertamento (43).
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto del ginseng (G115) alla dose di 200 mg, del guaranà (titolo 12% in caffeina) alla dose di 75 mg o della loro combinazione sulle funzioni cognitive e sul comportamento. Sono stati arruolati 28 volontari sani, che assumevano per os i preparati indicati prima, con valutazione tramite il Cognitive Drug Research computerized assessment battery, il Serial subtraction tasks il test di Bond-Lader per il comportamento delle funzioni cognitive e comportamentali. Tale valutazione era fatta ai tempi 0, +60, +150 e + 240 minuti dopo l’ingestione del preparato.  Si è visto che il guaranà causava solo un aumento dell’attention test, mentre il ginseng e la combinazione ginseng/guaranà aumentavano anche l’attention task performance e la velocità di esecuzione della memoria. Tutte le droghe in esame e in particolare la loro combinazione portavano anche ad un miglioramento del comportamento, con un evidente effetto psicoattivo. Siccome il contenuto di caffeina dei 75 mg. di estratto di guaranà era di 9 mg, tali effetti non possono essere legati solo alla presenza di questa sostanza (55).
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto dell’estratto di ginseng G115 sulle funzioni cognitive. Sono stati arruolati 30 volontari sani di età inferiore ai 30 anni, che dovevano sottoporsi ad una serie di test per valutare le funzioni cognitive e subito dopo assumere 200 o 400 mg di G115, ripetendo i test suddetti dopo 1 ora. Si misurava la glicemia prima, durante e dopo il test. Si è visto che entrambe le dosi di G115 riducevano in modo significativo la glicemia. I risultati dei test mostravano un significativo miglioramento del Serial Sevens subtraction task e una riduzione della sensazione di affaticamento mentale per entrambi i dosaggi di G115 utilizzati, mostrando che il Ginseng può favorire la performance mentale e alleviare la sensazione di affaticamento mentale nel volontario sano, e che tale effetto può essere collegato anche all’azione del ginseng sulla glicemia (58).
Uno studio clinico controllato ha indagato l’effetto dell’estratto di ginseng G115 sulla glicemia e sulle funzioni cognitive. Sono stati arruolati 27 volontari sani, che assumevano per os 2 capsule in contemporanea di G115 o di un placebo e 30 minuti dopo un drink contenente glucosio o placebo. 30 minuti dopo il drink essi erano sottoposti a tes per valutare le capacità cognitive (Serial Threes subtraction task (2 min), Serial Sevens subtraction task (2 min), Rapid Visual Information Processing task (5 min) e mental fatigue' visual analogue scale) e a un prelievo del sangue per misurare la glicemia. I partecipanti erano divisi in 4 gruppi: 1) controlli, 2) 200 mg di G115 e o mg di glucosio, 3) 0 mg di G115 e 25 g. di glucosio e 4) 200 mg di G115 e 25 g. di glucosio. Si è notato che sia il ginseg sia il glucosio miglioravano la performance mentale, alleviavano il senso di affaticamento mentale indotto dai test utilizzati e miglioravano anche l’accuratezza di esecuzione dei test stessi. I risultati dei soggetti del gruppo 4 non erano significativamente superiori a quelli dei soggetti dei gruppi 2 e 3. Il ginseng causava una riduzione della glicemia statisticamente significativa. Questi dati indicano che il ginseng può ridurre la glicemia e favorire la performance cognitiva (59).
Uno studio clinico in aperto ha valutato l’effetto di una polvere di ginseng sulle funzioni cognitive in pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Sono stati arruolati 97 pazienti, che dovevano assumere per os la polvere di ginseng alla dose di 4,5 g/die o un placebo per 3 mesi, misurando le loro performance cognitive tramite le scale mini-mental state examination (MMSE) e Alzheimer disease assessment scale (ADAS) pre terapia, al termine dei 3 mesi di trattamento e 3 mesi dopo l’interruzione dello studio. I risultati indicano che non vi erano differenze significative tra i punteggi delle  due scale utilizzate nei due gruppi esaminati. Peraltro la subscala cognitiva dell’ADAS e lo score cognitivo della MMSE mostravano un miglioramento significativo nei pazienti del gruppo verum (p<0,03 e 0,009 rispettivamente). Al terzo mese dopo la cessazione della terapia I valori di queste subscale ritornavano a valori simili a quelli del gruppo placebo. Lo studio indica che la polvere di ginseng può favorire la performance cognitiva in pazienti affetti da morbo di Alzheimer (70).

Azione afrodisiaca: questa droga stimola l'afflusso di sangue nel corpo cavernoso del coniglio, e in effetti il Ginseng aumenta la concentrazione di ossido nitrico nel corpo cavernoso di questo animale. Il fatto che questo meccanismo sia molto evidente a livello del corpo cavernoso, con netto coinvolgimento dei locali nervi nitrico-ossidergici, potrebbe  spiegare l’effetto afrodisiaco del Ginseng.
Infatti si è notato che l'estratto secco di ginseng ha un effetto rilassante sulla muscolatura liscia dei vasi sanguigni del corpo cavernoso del ratto, legato non solo ad aumentato rilascio di ossido nitrico, ma anche ad un aumento della sequestrazione del calcio intracellulare e ad un'attività di tipo iperpolarizzante.
Un gruppo di ratti è stato intossicato con tetraclorodibenzodiossina, che come noto provoca gravi danni all'epitelio germinale dei testicoli con arresto pressochè completo della maturazione delle cellule germinali. Il pretrattamento degli animali per via intraperitoneale con estratto acquoso di ginseng alla dose di 100 o 200 mg/kg/die annullava quasi completamente il calo di peso dei testicoli indotto dal tossico e limitava in modo notevole i danni causati da esso sull'epitelio testicolare.
E' stato dimostrato che il ginseng incrementa il rilassamento di strisce di tessuto di corpo cavernoso di ratto indotto dall'acetilcolina e la pressione nel corpo cavernoso del ratto o del coniglio causata dalla elettrostimolazione dei nervi pelvici quando somministrato per via orale alla dose di 50 mg/kg/die.
Uno studio nella cavia ha indagato l’effetto del ginseng sulla sopravvivenza degli spermatozoi e sulla qualità dello sperma in animali esposti alla tetraclorodibenzodiossina (TCDD). Un estratto acquoso di ginseng veniva somministrato alle cavie 7 giorni prima del tossico e poi per 12 settimane. Al termine di questo periodo gli animali erano messi in contatto con le femmine per verificare il loro sperma e la normalità di eventuali feti. Dopo l’accoppiamento gli animali venivano uccisi e i loro testicoli accuratamente esaminati. Si è visto che gli animali trattati col tossico da solo morivano tutti entro 18 giorni, mentre il 40-70% di quelli pretrattati col ginseng arrivava a 40 settimane di vita. Questi animali dimostravano di essere fertili nonostante la successiva esposizione al tossico, e generavano una progenie con un indice di mortalità sovrapponibile a quello degli animali di controllo, con la maggioranza dei nuovi nati di sesso femminile. Il numero e la vitalità dei loro spermatozoi era pressochè normale. I dati di questo studio indicano che un estratto di ginseng riduce grandemente l’impatto negativo della tetraclorodibenzodiossina a livello testicolare (60).

Azione afrodisiaca. Studi clinici.
Uno studio clinico controllato ha valutato l’effetto del ginseng sull’attività sessuale. Sono stati arruolati 45 uomini con diagnosi clinica di insufficienza erettile secondo l’International Index of Erectile Function, RigiScan, che ricevevano per os l’estratto secco di ginseng alla dose di 900 mg/die in 3 somministrazioni giornaliere  o un placebo per 8 settimane, seguite da 2 settimane di intervallo e da ulteriori 8 settimane di trattamento.  La valutazione era fatta tramite il Mean International Index of Erectile Function scores, il cui punteggio al termine del trattamento era di 38,1 nel gruppo ginseng e di 30,9 in quello placebo rispetto a 28,0 prima dell’inizio della sperimentazione (p<0,01). I pazienti compilavano anche un questionario sull’efficienza globale percepita del rimedio, che mostrava come i soggetti del gruppo verum avevano una soddisfazione significativamente maggiore rispetto a quelli del gruppo placebo. I dati di questo studio indicano che l’estratto secco di ginseng è più efficace del placebo in pazienti con insufficienza erettile.

Azione endocrina: il ginseng ha evidenti azioni a carico del sistema endocrino. Si è notato aumento dell'ACTH seguito da quello dei glicocorticoidi surrenalici, ma questa azione non si è verificata in animali ipofisectomizzati o pretrattati con desametazone, il che suggerisce che i ginsenosidi agiscano sul sistema ipotalamo-ipofisario e non direttamente sul surrene.
Il picco massimo di ACTH si raggiunge dopo 60 minuti, e il ginsenoside più attivo sembra essere l'Rg1. In particolare valutazioni di tipo istologico suggeriscono che le strutture ipotalamiche maggiormente coinvolte in questa risposta siano i nuclei sopraottico e paraventricolare, dove si nota uno spiccato aumento del contenuto intracellulare di c-AMP, che precede il rilascio dell'ACTH da parte dell'ipofisi.
Quest'azione spiega in parte l'azione adattogena della droga, dal momento che gli ormoni corticosurrenalici sono molto importanti nei meccanismi di difesa dallo stress e dalla fatica.
Altri studi evidenziano che questa droga riduce i livelli plasmatici di prolattina, senza evidenti modificazioni a quelli di ormone della crescita, con azione diretta a livello ipofisario e/o interagendo coi neurotrasmettitori cerebrali.

Azione antifatica: studi condotti su sportivi hanno dimostrato un netto miglioramento dell'efficienza del lavoro aerobio, comportante la diminuzione della produzione di acido lattico e di acido piruvico, la riduzione dei livelli plasmatici di acidi grassi liberi, l'aumento del consumo di ossigeno e della funzionalità respiratoria e la diminuzione del tempo necessario a recuperare dopo prove atletiche submassimali.
I minori livelli di acidi lattico e piruvico possono essere spiegati con una diminuita produzione di lattati da parte del muscolo scheletrico, un'aumentata capacità di ossidazione dell'acido piruvico dovuta a riduzione della glicolisi anaerobia e un'accelerata rimozione di queste due sostanze da parte di tessuti neoglicogenetici quali il fegato e il rene.
Inoltre si è notato che l'atleta in terapia con ginseng è in grado di mantenere più alti livelli ematici di glucosio e maggior quantità di glicogeno nei muscoli striati e nel fegato, e ciò sarebbe dovuto ad una maggiore capacità della muscolatura di ossidare gli acidi grassi liberi al posto del glucosio.
Studi fatti nel ratto dimostrano che l'estratto di ginseng alla dose di 50 mg./kg. aumenta la densità dei capillari e l'intensità dei processi ossidativi nella muscolatura scheletrica, con un conseguente incremento del potenziale aerobico del muscolo sotto sforzo.
Numerosi studi sono stati fatti anche per valutare l'azione anabolizzante del Ginseng, ma nonostante ciò la sua causa reale resta ancora da chiarire completamente.
E' possibile che sia importante l'aumento della sintesi surrenalica degli steroidi, ivi compresi probabilmente gli steroidi surrenalici a debole azione androgenica, e un aumento della secrezione di ormone della crescita legata all'aumento del tono dopaminergico indotto dalla droga.
Inoltre possono essere importanti gli effetti favorenti dei ginsenosidi sulla sintesi proteica e di GMP ciclico.
Uno studio nel ratto ha valutato l’effetto dell’estratto di ginseng rosso sui livelli di serotonina e sull’espressione della triptofano idrossilasi nel rafe dorsale in ratti sottoposti a fatica fisica submassimale. Gli animali venivano fatti correre fino ad esaurimento, misurando pre e post esercizio i livelli di serotonina e di triptofano idrossilasi nel rafe dorsale. Si è visto che la droga in oggetto inibiva l’aumento della serotonina e l’espressione dell’enzima indotti dallo sforzo fisico, suggerendo che questo meccanismo d’azione concorra a spiegare l’azione ergogenica del ginseng.
Uno studio ha valutato l’effetto del ginseng sulle fibre muscolari dopo intenso esercizio fisico. L’estratto di ginseng veniva somministrato alle dosi di 3, 10, 100 o 500 mg/kg per os per 3 mesi ad un gruppo di ratti, forzandoli in questo periodo ad un allenamento intenso. Si è notato che il ginseng stabilizzava la membrana mitocondriale, con riduzione delle attività della citrato sintetasi e della 3-idrossiacil-CoA deidrogenasi dopo l’esercizio. I livelli di glutatione non si modificavano apprezzabilmente. L’estratto di ginseng riduceva la lipoperossidazione nelle fibre muscolari di circa il 74% al termine dello sforzo. Lo studio dimostra che il ginseng protegge il muscolo contro il danno ossidativo durante lo sforzo fisico (56).
Uno studio nel ratto ha esaminato l’effetto del ginseng sulle fibre muscolari sottoposte a sforzo massimale. Si è visto che alla dose di 100 mg/kg esso proteggeva l’integrità della membrana mitocondriale e riduceva la concentrazione di nitrato nei muscoli vasto e retto del 46% e del 26% rispettivamente e quella di carbonile di circa il 27% in entrambi i muscoli (57).

Azione antifatica. Studi clinici.
Lo sforzo atletico massimale può causare danni alle fibre muscolari, con alterazioni del citoscheletro miofibrillare nel ratto e con incremento dei radicali liberi e conseguente aumento dei fenomeni di lipoperossidazione. Il pretrattamento con estratto secco di Ginseng titolato in ginsenosidi totali all’8% (G 115) riduceva i livelli di CPK del 25% e i fenomeni lipoperossidativi del 15% misurati sulla base dei livelli di malondialdeide. Inoltre vi era una significativa riduzione dei livelli tessutali di glicuronidasi e di glucosio-6-fosfato deidrogenasi, che sono considerati dei marker di flogosi del tessuto muscolare. I valori della beta glicuronidasi erano invece aumentati del 40% nei muscoli vasto e retto. Questi dati sembrano confermare che l’estratto in questione può proteggere le fibre muscolari striate del ratto dai danni conseguenti a sforzo muscolare massimale (35).
Tests eseguiti al cicloergometro hanno dimostrato che questa droga aumenta di circa il 20% l’entità del lavoro svolto; tale progresso viene gradualmente perso in circa 3 settimane smettendo di assumere il Ginseng, ma si ripristina entro due settimane se il prodotto viene riassunto.
Uno studio clinico ha valutato 232 pazienti apparentemente sani, cui veniva somministrato Ginseng sotto forma di estratto secco. Per ciascun soggetto veniva individuato un punteggio di faticabilità individuale ai tempi 0, 21 giorni e 42 giorni. Dopo 21 e 42 giorni il punteggio di faticabilità dei pazienti che ricevevano la droga rispetto a quello dei soggetti trattati col placebo era migliorato in modo statisticamente significativo (27).
Un altro studio clinico è stato fatto su 50 atleti, che ricevevano per 6 settimane due capsule del preparato o di placebo, valutando il lavoro totale e il consumo di ossigeno. Essi erano nettamente superiori nei pazienti che prendevano il preparato. Inoltre i livelli plasmatici di lattato, la produzione di diossido di carbonio e la frequenza cardiaca erano significativamente minori nei pazienti trattati col preparato. Gli effetti del Ginseng erano maggiori nei soggetti con massimo consumo di ossigeno superiore a 60 ml./kg./min. rispetto a quelli sotto a tale limite. Se ne potrebbe dedurre che  questa droga aumenti la capacità lavorativa migliorando l’utilizzazione muscolare dell’ossigeno (8B).
Uno studio clinico controllato non concorda coi risultati suddetti. Esso ha arruolato 36 soggetti sani e ben allenati, cui veniva fatto svolgere un lavoro aerobio massimale. Essi ricevevano un estratto secco di ginseng alla dose di 200 o di 400 mg./die per os per 2 mesi oppure un placebo. Al termine della sperimentazione si è visto che non vi erano effetti significativi sul consumo di ossigeno, sulla ventilazione polmonare, sulla lattacidemia, sulla frequenza cardiaca e sulla sensazione individuale di stanchezza rispetto a quanto osservato all'inizio di essa (41).
Un altro studio clinico controllato ha coinvolto 28 soggetti adulti apparentemente sani, che ricevevano per via orale un estratto secco titolato in ginsenosidi totali al 7% alla dose di 200 mg./die o un placebo per tre settimane. Prima del trattamento e alla fine dello stesso tali soggetti effettuavano uno sforzo submassimale all'ergometro di Schwinn Airdyne. Al termine della sperimentazione si è notato che non vi erano differenze statisticamente significative tra i due gruppi per quel che riguarda la VO2, il tempo di durata dello sforzo, il carico di lavoro svolto, i livelli plasmatici di acido lattico, l'ematocrito e la frequenza cardiaca (34B).
Uno studio clinico controllato ha arruolato 24 donne apparentemente sane, che ricevevano un estratto secco di Ginseng titolato in ginsenosidi all’8% (G 115) alla dose di 400 mg/die o un placebo per 2 mesi, allo scopo di valutare l’effetto di questo estratto sulla performance sportiva massimale. La valutazione era fatta pre e post terapia tramite il test al cicloergometro secondo Wingate. Si è visto che i valori del picco di potenza anaerobico, della potenza anaerobica media, del rateo di faticabilità e delle pulsazioni cardiache immediatamente successive allo sforzo massimale non differivano in modo significativo tra il gruppo verum e quello placebo. Non sono stati osservati effetti collaterali rilevanti in nessuno dei due gruppi osservati.
Uno studio clinico controllato ha arruolato 96 pazienti affetti dalla sindrome da affaticamento cronico, con diagnosi della stessa fatta da almeno 6 mesi e senza cause organiche in grado di determinarla. Essi ricevevano per os un estratto secco di ginseng all’8% in ginsenosidi o un placebo per 2 mesi, con determinazione dell’intensità della sintomatologia pre e post terapia. Al termine della sperimentazione si è visto che i pazienti del gruppo ginseng avevano un miglioramento della loro sintomatologia significativamente superiore a quello osservato nei soggetti del gruppo placebo (p<0,05). In particolare 45 soggetti mostravano un miglioramento evidente e 41 un progresso ai limiti della significatività. Lo studio conclude dicendo che l’estratto secco di ginseng può aiutare i pazienti con sindrome da affaticamento cronico a migliorare la loro sintomatologia (54).
Uno studio clinico pilota ha valutato l’effetto dell’estratto secco di ginseng in donne in donne affette da sindrome da affaticamento cronico insorta durante e dopo il trattamento postchirurgico per neoplasie della mammella. Sono state arruolate 20 donne, che assumevano per os l’estratto di ginseng o un placebo per 2 mesi, monitorando i segni e i sintomi di questo disturbo pre e post terapia tramite appositi questionari. Al termine dello studio le pazienti del gruppo verum mostravano un significativo miglioramento della loro sintomatologia (p<0,05), senza la comparsa di evidenti effetti collaterali. Sarà ovviamente necessario condurre uno studio clinico controllato di ampie dimensioni per validare i dati ottenuti in questo studio pilota (63).

Indicazioni principali: deperimento psico-organico, magrezze, riduzione della memoria, iporessia. Utile per migliorare la performance sportiva.
Azione prevalente: tonica psico-fisica.
Altre azioni: immunostimolante aspecifica, ipoglicemizzante, epatoprotettiva.

EFFETTI  COLLATERALI: può causare nervosismo, irritabilità, insonnia e fini tremori agli arti. Tali disturbi non sono frequenti e si verificano solo se vengono somministrati dosaggi elevati, magari per periodi di tempo prolungati. Per questi motivi è opportuno non somministrare la droga dopo le ore 16 e per periodi di tempo non superiori a 30-45 giorni consecutivi.
CONTROINDICAZIONI: Da usare con molta cautela nel bambino al di sotto dei 12 anni di età, nel paziente con grave ipertensione arteriosa. Controindicato nell'allattamento e in gravidanza, per possibile androgenizzazione nel feto, specie se è di sesso femminile.
Uno studio nel ratto ha indagato l’effetto del ginseng sull’embrione. Gli embrioni erano esposti al ginseng e poi prelevati per un accurato esame dei loro organi e apparati. Si è visto che la droga in questione causava danni embrionali piuttosto rilevanti già  a dosi di 30 microg/ml. Questi dati confermano la controindicazione del ginseng in gravidanza.
INTERAZIONI FARMACOLOGICHE: Il Ginseng può ostacolare l'azione dei farmaci antidepressivi triciclici, può aumentare i livelli di digossina nel sangue e può interferire, potenziandola, con l’azione farmacologica del warfarin.
Il ginseng può aumentare l'effetto farmacologico dei corticosteroidi e degli estrogeni e anche, seppure in modo moderato, dei calcioantagonisti.
E' stato anche riportato che questa droga può causare cefalea, tremori ed episodi maniacali in pazienti trattati con fenalazina solfato.
Uno studio in vitro ha mostrato che i ginsenosidi F1 e Rh1, ma non l’estratto in toto di ginseng, inibiscono l’isoenzima CYP3A4 del citocromo P450 alla concentrazione di 10 microM, riducendo di circa il 50% l’emivita plasmatica del verapamil (65).

DATI TOSSICOLOGICI: Uno studio in vitro ha dimostrato che il ginsenoside Rc alle concentrazioni di 0,1 e di 0,001 mg/ml aumenta la motilità degli spermatozoi umani già dopo 1 ora di incubazione, mentre il ginsenoside Rg2 alle stesse concentrazioni provoca aumento della motilità degli spermatozoi solo dopo la seconda ora di incubazione.

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